Glossario

Il "Glossario delle disuguaglianze sociali" mira a realizzare una raccolta di voci specificamente dedicate alla problematica delle disuguaglianze economiche e sociali, nella prospettiva di uno strumento di conoscenza e di informazione di base, durevole e continuativo. Le voci presenti sul portale - curate da professori, ricercatori ed esperti sui temi di interesse del Glossario - rappresentano il solido inizio di un progetto sempre attivo e in continua espansione. Pertanto, se pensi che sia ancora assente nel Glossario qualche argomento di rilevo nello studio delle disuguaglianze sociali, non esitare a segnalarcelo (glossario@fondazionegorrieri.it).

Invecchiamento attivo

Scritto da: Celestina Valeria De Tommaso

Definizione

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) definisce l’invecchiamento attivo come il processo volto a ottimizzare le opportunità di salute, partecipazione e sicurezza, al fine di migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano (OMS, 2002). Tale definizione adotta una visione inclusiva della salute in tarda età e coglie l’insieme dei fattori in grado di influenzare positivamente il corso di vita della popolazione anziana. L’obiettivo delle misure di invecchiamento attivo è duplice: da un lato, la prevenzione del deterioramento dello stato di salute; dall’altro, anche lo sviluppo di politiche e servizi che consentano all’individuo di scegliere consapevolmente un percorso di invecchiamento più in linea con le proprie esigenze e motivazioni. I processi di invecchiamento attivo coinvolgono gli attori economici e sociali a tutti i livelli di governance, dal nazionale al locale, e pertanto possono rappresentare una risposta appropriata ad almeno altre due variabili intervenienti sul processo d’invecchiamento e sulla solitudine della popolazione anziana: la progressiva contrazione delle famiglie e l’aumento dei rischi epidemiologici.

Secondo il Rapporto annuale Istat 2026, nel 2025 il 22,8% della popolazione residente in famiglia risultava affetta da multimorbidità, quota che sale al 35,4% tra la popolazione anziana quando si considera la sovrapposizione con le limitazioni nelle attività quotidiane (Istat, 2026). Inoltre, la trasformazione della struttura familiare italiana amplifica ulteriormente tali rischi. Secondo Istat (2026), in Italia nel 2023 le famiglie composte esclusivamente da persone di 65 anni e più ammontano a quasi 6,9 milioni, pari al 25,9% del totale delle famiglie, mentre le famiglie unipersonali di persone over 75 anni sono circa 2,7 milioni, ossia il 10% del totale. Sul fronte delle reti di supporto informale, lo stesso rapporto rileva che il 92,8% degli anziani soli di 75 anni e più dichiara di poter contare sui parenti, il 58,9% sugli amici e il 69,2% sui vicini, mentre la quota di anziani soli privi di qualunque rete di supporto (3,2%) risulta inferiore rispetto a quella delle altre famiglie unipersonali (5,3%) (Istat, 2026) – un margine di supporto che, tuttavia, il progressivo assottigliamento delle famiglie rischia di rendere sempre più esiguo nel lungo periodo.

 

Dalla dipendenza strutturale alla longevità attiva: l’evoluzione del dibattito

 

La nozione di invecchiamento attivo è l’esito di un’evoluzione semantica e concettuale che, a partire dagli anni Novanta, ha condotto dal paradigma della dipendenza strutturale della vecchiaia (Townsend, 1981) a quello, più recente, della longevità attiva. Tale traiettoria muove dalla teoria del disengagement, elaborata nei primi anni Sessanta, primo modello sistematico dell’invecchiamento in ambito gerontologico-sociologico, secondo cui l’invecchiamento comporterebbe un progressivo e reciproco ritiro dell’individuo dai ruoli sociali – un processo interpretato come fisiologico e adattivo, e non patologico. A tale framework si contrappose, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, la teoria della dipendenza strutturale (Townsend, 1981), secondo cui la condizione di dipendenza della vecchiaia non sarebbe un dato naturale, bensì il prodotto delle strutture sociali ed economiche – segnatamente, delle politiche pensionistiche e del mercato del lavoro – che la produrrebbero e riprodurrebbero.

Un ulteriore snodo di questa genealogia concettuale è rappresentato dal paradigma del successful ageing elaborato da Rowe & Kahn (1997), che sposta il focus sull’individuo, individuando nell’invecchiamento un esito – almeno in parte – di scelte e comportamenti personali, in discontinuità sia con la matrice adattiva del disengagement sia con l’impianto strutturalista di Townsend. Tale prospettiva prepara il terreno alla formalizzazione istituzionale del concetto di active ageing da parte dell’OMS (2002), che ne rappresenta il punto di sintesi, ricomponendo la dimensione biologica, psicologica e sociale dell’invecchiamento entro una cornice di policy.

Sul piano definitorio, un passaggio decisivo è l’elaborazione, da parte dell’OMS, del concetto di active ageing (OMS, 2002). Questa definizione supera una concezione della vecchiaia incentrata esclusivamente sulla salute fisica, includendo le dimensioni della partecipazione sociale, civile ed economica, nonché quella della sicurezza, intesa come protezione dai rischi sociali, economici e ambientali. Il quadro è stato ulteriormente sviluppato da Alan Walker attraverso una lettura multilivello che integra la dimensione individuale, le politiche pubbliche e la prospettiva del corso di vita (Walker, 2002): secondo tale impostazione, l’invecchiamento attivo non può essere ricondotto a una sola responsabilità individuale, ma richiede un impegno strutturale delle politiche pubbliche affinché attivazione, partecipazione e sicurezza siano accessibili a tutti, indipendentemente dalle condizioni di partenza. Il quadro analitico di Walker valorizza il ruolo delle infrastrutture di prossimità (servizi, spazi, reti relazionali), considerato tanto decisivo quanto quello delle risorse personali.

Il modello europeo dell’OMS e il quadro analitico-concettuale di Walker si distinguono, in tal senso, dalla tradizione anglosassone dell’active society, maggiormente incentrata sulla partecipazione al mercato del lavoro e sul prolungamento della vita lavorativa, nonché dalle più antiche activity theory e successful ageing, sviluppatesi già a partire dagli anni Sessanta come alternativa al paradigma del disengagement, e dal successivo filone del productive ageing, affermatosi a partire dagli anni Ottanta con l’elaborazione di Butler e collaboratori. A questa lettura programmatica si è affiancata una prospettiva critica di tipo fenomenologico: Stenner e colleghi (2011) spostano l’attenzione dalla dimensione oggettiva e misurabile dell’attività a quella vissuta e narrata dagli anziani stessi, fondando l’essere “attivi” sulla capacità di agire secondo le proprie norme e i propri desideri: un’autonomia intesa come capacità di autonormarsi, in dialettica con vincoli strutturali e aspirazioni soggettive.

È dalla convergenza delle prospettive appena presentate che il dibattito ha elaborato la nozione più recente di longevità attiva, che eredita dall’active ageing l’impianto multidimensionale, ma ne accentua la natura processuale lungo l’intero corso di vita, superando la focalizzazione sulla terza età a favore di una lettura life-course in cui le infrastrutture di prossimità e le reti relazionali costituiscono condizioni strutturali abilitanti dell’agency individuale, e non semplici elementi accessori. Il life-course approach è ormai un concetto diffuso nel ripensamento delle logiche di intervento a supporto della popolazione anziana. Guardando alla lunga fase che si apre con il pensionamento (o comunque dai 65 anni in poi), è possibile individuare tre sottogruppi corrispondenti ad altrettante fasi della vecchiaia: gli anziani silver age (dai 65 ai 74 anni), gli anziani fragili (dai 75 agli 84 anni) e gli anziani a maggior rischio di non autosufficienza (dagli 85 anni in poi). Questi tre profili riflettono, idealmente, l’acuirsi dei bisogni con l’aumentare dell’età: all’invecchiamento seguono l’aumento del rischio di fragilità, delle condizioni di disabilità e di sedentarietà, il rischio di isolamento sociale e di depressione e, infine, una maggiore probabilità di cadute accidentali. Ai tre profili devono pertanto essere associati obiettivi, servizi e strumenti diversificati, capaci di riflettere la differenziazione dei bisogni e delle risposte assistenziali (Maino & De Tommaso, 2021).

Più di recente, il dibattito pubblico ha visto diffondersi il neologismo longennials – dalla fusione di long e millennials – impiegato dal 2023 da think tank come HappyAgeing e reti come il Silver Economy Network per designare una nuova generazione di ultrasessantenni attivi, portatori di esperienza e competenze nel mondo del lavoro e nella società, in esplicita opposizione a una rappresentazione della vecchiaia come “peso” anziché come risorsa. Il neologismo riprende alcuni tratti costitutivi dell’active ageing e della lettura multilivello di Walker – il rifiuto della dipendenza, l’enfasi sulla partecipazione – ma se ne discosta, enfatizzando in modo pressoché esclusivo la dimensione economica e produttiva della cosiddetta silver economy.

 

L’Active Ageing Index

È attualmente disponibile un indice che misura l’invecchiamento attivo nei Paesi europei. L’Active Ageing Index (AAI) è una misura composita, costituita da un indice generale e da indici specifici dei domini che lo compongono, nonché dai singoli indicatori che compongono ogni dominio. L’indice, sviluppato nel 2012 dall’UNECE (la Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite) e dalla Commissione europea, consente ai decisori pubblici di basare i propri interventi di politica sociale su dati quantitativi e comparabili relativi agli indicatori di invecchiamento attivo per gli Stati membri dell’UE, così da promuovere l’invecchiamento attivo e in buona salute dei cittadini (Istat, 2020). L’indice valuta in quale misura le persone anziane possono realizzare il proprio potenziale in quattro aree principali – occupazione, partecipazione alla società, vita indipendente/sana/sicura, capacità e ambiente abilitante per l’invecchiamento attivo – e nelle relative sottoaree, dal tasso di occupazione al grado di istruzione e alla partecipazione politica. La popolazione target è composta da persone di 55 anni e più.

L’ultima rilevazione disponibile resta quella del 2018: l’Italia si colloca al 17° posto nel ranking europeo, con un punteggio di 33,8 punti, in progresso rispetto al 30,2 del 2008 ma in flessione rispetto al 2012, e al di sotto della media europea (35,7 punti). I Paesi del Nord Europa occupano le prime posizioni della classifica – Svezia (47,2), Danimarca e Paesi Bassi tra i primi tre in tutte le rilevazioni – seguiti, oltre i 40 punti, da Regno Unito, Finlandia, Germania e Irlanda; nessun Paese supera tuttavia i 50 punti, a indicare margini di miglioramento diffusi. Il gap di genere costituisce un ulteriore elemento rilevante: i Paesi agli estremi della distribuzione sono gli stessi per uomini e donne (Grecia e Svezia), ma il differenziale tra il primo e l’ultimo Paese risulta più elevato tra le donne (20,4 punti, contro 18,3 per gli uomini). La disaggregazione per domini mostra come il tasso di occupazione incida fortemente sul valore complessivo: l’Italia, con 17,3 punti su tale dominio, si colloca nella posizione mediana (17,9 punti, la media UE28), penalizzata soprattutto dai punteggi contenuti in materia di volontariato e partecipazione politica. Sul piano regionale, la Provincia autonoma di Bolzano occupa il primo posto, seguita da Trento, Emilia-Romagna, Toscana, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Marche e Lombardia; Puglia, Sicilia e Campania si collocano invece nella parte opposta della graduatoria, con un potenziale non sfruttato superiore al 70% del punteggio ottenibile.

 

L’invecchiamento attivo in Italia: quadro normativo

Sul piano normativo, la legislazione italiana non fornisce una definizione complessiva di persona o popolazione anziana, né di invecchiamento attivo o di forza lavoro matura, lasciando al legislatore nazionale o regionale il compito di determinare, settore per settore, le soglie anagrafiche rilevanti. Le politiche nazionali dedicate restano, per questo, ancora in larga parte residuali: un primo passo in avanti è rappresentato dal progetto di “Coordinamento nazionale partecipato multilivello delle politiche sull’invecchiamento attivo” (2019-2022), promosso da un Accordo di collaborazione tra il Dipartimento per le Politiche della Famiglia e l’IRCCS INRCA, con il coinvolgimento di oltre 90 stakeholder nazionali, regionali e locali. Sul piano regionale, alcune amministrazioni hanno anticipato l’intervento statale: la Provincia autonoma di Trento (legge provinciale 11/2008) e la Regione Veneto (legge regionale del 2010) hanno istituito un servizio di volontariato civile per le persone anziane; la Regione Umbria (legge regionale 14/2012) ha valorizzato le esperienze formative e professionali degli ultrasessantacinquenni; la Regione Puglia ha adottato, con delibera del 2012, una Carta regionale per un invecchiamento attivo, vitale e dignitoso.

Un più recente e strutturale sviluppo normativo è rappresentato dal Decreto Legislativo 15 marzo 2024, n. 29 (il cosiddetto “decreto anziani”), adottato in attuazione della delega di cui agli artt. 3, 4 e 5 della legge 23 marzo 2023, n. 33, e in vigore dal 19 marzo 2024, che dedica all’invecchiamento attivo una sezione esplicita. L’art. 3 definisce il ruolo del Comitato interministeriale per le politiche in favore della popolazione anziana (CIPA) – istituito dall’art. 2, comma 3, della legge delega – quale organo di coordinamento e programmazione integrata delle politiche nazionali in materia. L’art. 5 richiama gli obblighi datoriali di valutazione dei fattori di rischio e di sorveglianza sanitaria, in relazione all’età dei lavoratori, già previsti dal D.Lgs. 81/2008, rafforzandone l’applicazione in chiave di promozione della salute e dell’invecchiamento attivo nei luoghi di lavoro. L’art. 6 introduce inoltre misure specifiche per l’invecchiamento attivo, tra cui la promozione del volontariato e delle attività di utilità sociale, cui si affiancano, nel Capo IV del decreto, ulteriori strumenti volti a contrastare l’isolamento relazionale degli anziani – tra cui, all’art. 15, la promozione di forme di senior cohousing e di coabitazione intergenerazionale. Il decreto si inserisce, infine, nel più ampio quadro della Decade dell’Invecchiamento in Salute 2021-2030 (UN Decade of Healthy Ageing), promossa dall’OMS in collaborazione con le Nazioni Unite.

 

Una lettura critica

Al fianco delle letture programmatiche e fenomenologiche dell’invecchiamento attivo, un filone più recente ne propone una lettura critica sul piano del mercato del lavoro, mettendo in discussione la sua effettiva realizzazione nel contesto italiano. Pezzolo e Orientale Caputo (2026) osservano come le riforme previdenziali italiane – a partire dalla legge 214/2011 (cosiddetta “legge Fornero”) – abbiano innalzato l’età pensionabile e ristretto i canali di uscita anticipata al fine di garantire la sostenibilità fiscale del sistema, senza che il sistema produttivo si adattasse ad assorbire la maggiore offerta di lavoro degli over 55. Ne deriverebbe un “prolungamento forzato” della vita lavorativa, che riproduce le disuguaglianze strutturali accumulate lungo il percorso professionale in un progressivo “svantaggio cumulativo” a fine carriera.

Sul piano empirico, gli autori osservano che il tasso di occupazione nella fascia 55-64 anni è più che raddoppiato tra il 2004 e il 2025 (dal 29,2% al 61,2%, con un marcato divario di genere: 71,8% per gli uomini contro il 51,0% per le donne; dati Eurostat), un incremento che rifletterebbe principalmente il blocco legislativo dei pensionamenti più che un’effettiva integrazione occupazionale. L’analisi dei microdati Istat evidenzia inoltre una marcata polarizzazione settoriale: gli over 55 risultano sottorappresentati nei comparti a maggiore intensità tecnologica (2,03% della forza lavoro anziana nell’ICT, contro il 3,1% dei 25-34enni) e sovrarappresentati in settori a bassa qualificazione ed elevata precarietà, come l’agricoltura, dove l’incidenza dei contratti a termine tra gli over 55 (61,54%) supera quella registrata per la fascia centrale (25-54 anni, 60,4%) e si avvicina a quella della coorte giovanile in ingresso (15-24 anni, 65%). Una prospettiva intersezionale tra età, genere e territorio mostra infine come, nel Mezzogiorno, le lavoratrici over 55 risultino concentrate nel pubblico impiego (istruzione e sanità: 32,9% degli occupati over 55, contro il 20,8% della fascia 15-54), il che segnala come il welfare pubblico assorba, in assenza di un tessuto produttivo privato solido, una funzione di trattenimento occupazionale.

 

Invecchiamento attivo e welfare di prossimità

La capacità – e la sfida – del welfare, a livello locale, regionale e nazionale, risiede nell’abilità di generare scambi virtuosi tra il settore sanitario e socioassistenziale, tra le diverse fasce d’età degli anziani e tra questi e le altre generazioni. In un sistema in cui gli oneri di cura ricadono ancora prevalentemente sulla famiglia, la sfida per il welfare state italiano si gioca in almeno tre direzioni: il superamento della frammentazione delle misure territoriali, a favore di pacchetti unitari di risposte coerenti; il rafforzamento dei servizi territoriali e domiciliari professionali, superando la logica assistenziale fondata sull’aiuto informale di familiari e assistenti familiari; la sburocratizzazione dei processi, a vantaggio di interventi flessibili capaci di rispondere a bisogni in continua evoluzione lungo il corso di vita. In questo quadro, riveste un ruolo centrale il secondo welfare, in integrazione e affiancamento agli interventi pubblici (Maino & De Tommaso, 2021).

La pandemia da Covid-19 ha reso più evidente l’urgenza di tali interventi, facendo emergere un’ampia fascia di persone e famiglie in condizioni di solitudine e di povertà relazionale, non sempre note ai servizi sociali territoriali. Da questa consapevolezza si è sviluppato un più recente filone di riflessione – proprio della letteratura sul welfare di prossimità – che individua nelle infrastrutture sociali di comunità, nelle reti relazionali di fiducia e reciprocità e in un modello di welfare “di iniziativa” (anziché “di attesa”) le condizioni abilitanti di un invecchiamento realmente attivo lungo l’intero corso di vita, capace di intercettare precocemente la fragilità prima che essa si traduca in isolamento conclamato o perdita irreversibile di autonomia (Maino, Lodi Rizzini & De Tommaso, 2024).

 

Riferimenti bibliografici

  • Istat. (2020). Invecchiamento attivo e condizioni di vita degli anziani in Italia. Istat (Collana Letture statistiche – Temi).
  • Istat. (2026). Rapporto annuale 2026: La situazione del Paese. Istat.
  • Maino, F., & De Tommaso, C. V. (2021). Gli anziani fragili. In F. Longo & F. Maino (Eds.), Platform welfare: Nuove logiche per innovare i servizi locali (pp. 165-190). Egea.
  • Maino, F., Lodi Rizzini, C., & De Tommaso, C. V. (2024). Gli anziani nella cornice del secondo welfare: Un legame virtuoso tra partecipazione e co-produzione dei servizi. In C. Sangalli & M. Trabucchi (Eds.), Partecipazione, fondamento per il benessere e la coesione sociale (pp. 305-324). Il Mulino.
  • Pezzolo, M., & Orientale Caputo, G. (2026). Beyond active ageing: Pension reforms, segmentation and intersectionality in the Italian labour market. International Journal of Sociology and Social Policy. https://doi.org/10.1108/IJSSP-02-2026-0126
  • Rowe, J. W., & Kahn, R. L. (1997). Successful aging. The Gerontologist, 37(4), 433-440. https://doi.org/10.1093/geront/37.4.433
  • Stenner, P., McFarquhar, T., & Bowling, A. (2011). Older people and ‘active ageing’: Subjective aspects of ageing actively. Journal of Health Psychology, 16(3), 467-477. https://doi.org/10.1177/1359105310384298
  • Townsend, P. (1981). The structured dependency of the elderly: A creation of social policy in the twentieth century. Ageing and Society, 1(1), 5-28. https://doi.org/10.1017/S0144686X81000020
  • Walker, A. (2002). A strategy for active ageing. International Social Security Review, 55(1), 121-139. https://doi.org/10.1111/1468-246X.00118
  • World Health Organization. (2002). Active ageing: A policy framework. WHO.

 

Suggerimenti di lettura

  • Cappellari L., Lucifora C. e A. Rosina (2018, a cura di), Invecchiamento attivo, mercato del lavoro e benessere, Bologna, Il Mulino.
  • Lucantoni D. e A. Principi (2022), “Politiche per l’invecchiamento attivo in Italia: sviluppi recenti e prospettive future”, I Luoghi della Cura, 13 maggio 2022.
  • O’Neill D. e H. McGee (2007), “Oldest old are not just passive recipients of care”, British Medical Journal, 334(7595), 334-651.
Celestina Valeria De Tommaso
Celestina Valeria De Tommaso ha conseguito il Dottorato in Political Studies presso la NASP Graduate School dell’Università degli Studi di Milano, con un progetto di ricerca sulla politica comparata della long-term care in Spagna, Italia e Portogallo. Dal 2021 è ricercatrice del Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare, dove si occupa di progetti concernenti i temi dell’innovazione sociale nei sistemi di welfare locale e le politiche per la non autosufficienza.

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena