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Long-term care

Scritto da: Celestina Valeria De Tommaso

 

Definizione

La Long-Term Care (LTC), o assistenza a lungo termine, comprende l’insieme dei servizi sociali e sanitari rivolti alle persone che sperimentano una perdita significativa o totale di autonomia a seguito di condizioni di malattia, disabilità o invecchiamento (OMS, 2022). Nella prospettiva dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la dimensione “a lungo termine” dell’assistenza richiama la natura continuativa e prolungata degli interventi, che si sviluppano lungo le diverse fasi del declino cognitivo e funzionale. La LTC si caratterizza, inoltre, per la pluralità di funzioni che assolve, comprendendo interventi di natura preventiva e riabilitativa, nonché forme di supporto sociosanitario finalizzate, ove possibile, a preservare o recuperare l’autonomia della persona, garantendone al contempo il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità. A questa definizione si affianca quella proposta dalla Commissione europea (2021), che adotta un’accezione complementare della LTC, includendovi il supporto medico e infermieristico, l’assistenza alla persona e i servizi sociali. In tale prospettiva, l’assistenza a lungo termine mira a sostenere, laddove possibile, la vita indipendente della persona e, nei casi in cui il recupero dell’autosufficienza non sia più possibile, a garantire un livello adeguato di assistenza, sia nel contesto domestico sia in strutture residenziali.

Ne emerge una concezione delle politiche di LTC come intrinsecamente multidimensionali, un insieme articolato di interventi orientati non soltanto alla cura della condizione di non autosufficienza, ma anche al mantenimento della qualità della vita, dell’autonomia e della dignità della persona. Tale multidimensionalità è ulteriormente precisata dall’OCSE (2021), secondo cui le misure di LTC comprendono l’insieme dei trasferimenti monetari e dei servizi reali volti ad assistere le persone affette da limitazioni funzionali (riconducibili a invecchiamento, cronicità, multimorbidità o disabilità fisiche e psichiche) nella capacità di prendersi cura di sé e di interagire con gli altri.

 

Le dimensioni analitiche della long-term care

Ai fini di una più puntuale delimitazione del perimetro della LTC, appare opportuno distinguere tre condizioni fra loro correlate, seppur concettualmente distinte. Per perdita di autonomia (o non autosufficienza) si intende l’incapacità di svolgere le attività essenziali della vita quotidiana senza un supporto esterno, condizione tipicamente associata al declino fisiologico ovvero all’età avanzata. La malattia denota, invece, una condizione patologica di natura temporanea che richiede un trattamento medico specialistico. La disabilità indica, infine, una riduzione di lungo periodo della capacità fisica o cognitiva, suscettibile – ma non necessariamente destinata – di tradursi in un bisogno di cura. Il bisogno di LTC emerge, pertanto, allorché la perdita di capacità funzionale risulti sostanziale e prolungata nel tempo, indipendentemente dal fatto che sia congenita, insorga improvvisamente o si sviluppi progressivamente.

La valutazione dei bisogni assistenziali individuali si avvale, nella letteratura, di due principali strumenti standardizzati. Il primo è l’indice delle Activities of Daily Living (ADL), volto a misurare il grado di autonomia nello svolgimento delle attività essenziali della vita quotidiana, quali la mobilità, l’alimentazione, la vestizione, l’igiene personale e la continenza. Il secondo è rappresentato dalle Instrumental Activities of Daily Living (IADL), che rilevano la capacità di svolgere attività di maggiore complessità, tra cui la gestione delle finanze, degli spostamenti e della terapia farmacologica. L’impiego congiunto di questi strumenti consente non soltanto di delineare in modo sistematico i profili funzionali dei beneficiari e di orientare la predisposizione di piani assistenziali personalizzati, particolarmente rilevanti nel contesto della crescente diffusione della multimorbidità e delle condizioni croniche, ma anche di classificare i beneficiari in base a livelli graduati di gravità della non autosufficienza.

A partire da queste premesse, la letteratura individua quattro dimensioni costitutive che concorrono a definire e caratterizzare la politica di LTC, distinguendola tanto dagli interventi sanitari di base quanto dai più generali servizi di supporto sociale volti a facilitare le attività di base della vita quotidiana. Tali dimensioni restituiscono la complessità intrinseca e la natura multidimensionale delle misure di LTC.

La prima è la temporalità, ossia la durata dell’erogazione della cura: le politiche di LTC, come si è già osservato, rispondono a bisogni prolungati nel tempo – secondo le definizioni dell’OMS, tipicamente superiori a sei mesi, ovvero protratti per l’intero corso della vita. Poiché la perdita di autonomia tende ad aumentare con l’età, la probabilità di sperimentare una condizione di non autosufficienza risulta strettamente connessa all’invecchiamento della popolazione e alla longevità, che non sempre coincide con un miglioramento dello stato di salute: una vita più lunga può pertanto comportare una fase di dipendenza prolungata nell’età avanzata.

A questa dimensione si lega direttamente il tipo di intervento: la distinzione principale intercorre tra le cure per le acuzie – che comportano un trattamento medico, specializzato e di breve durata – e la LTC, ovvero l’assistenza continuativa alle funzioni quotidiane, protratta nel tempo. Sebbene le due forme di cura possano coesistere (segnatamente per la popolazione anziana, che necessita sovente sia di cure acute sia di cure croniche), esse differiscono sia per estensione temporale sia per contenuto: la LTC si inserisce, infatti, nella quotidianità delle persone non autosufficienti, estendendosi oltre il mero supporto medico sino a ricomprendere l’assistenza personale, sociale e domestica.

Una terza dimensione è rappresentata dal setting (o contesto) di cura, vale a dire gli ambienti fisici e sociali in cui la cura viene erogata: il domicilio, l’ospedale, le strutture residenziali, il territorio (i cosiddetti contesti comunitari). Il livello e la tipologia del bisogno – quali, ad esempio, le difficoltà riscontrate nelle ADL o nelle IADL – determinano spesso il setting più appropriato. L’assistenza domiciliare rappresenta un approccio non istituzionale, mentre l’istituzionalizzazione implica il trasferimento del beneficiario presso strutture dedicate; l’assistenza di comunità mira, per contro, a integrare i servizi formali con le reti di supporto informale, così da preservare l’autonomia e i legami sociali della persona assistita. Se il dibattito tradizionale ha per lo più contrapposto cura istituzionale e non istituzionale, la letteratura più recente valorizza crescentemente i modelli di cura di prossimità (o comunitaria), anche in risposta alla crescita della popolazione dei cosiddetti old-old (ultraottantenni): al miglioramento delle condizioni di salute e di vita, che ha posticipato l’insorgenza della dipendenza terminale e prolungato l’aspettativa di vita attiva, si è infatti accompagnato un aumento della durata e della quota di vita trascorsa in degenze ospedaliere di lungo periodo.

Sul piano operativo, questi contesti si traducono in quattro tipologie di servizio, riconducibili a due macrocategorie: la cura istituzionalizzata (i servizi di cura ospedalieri e residenziali) e la cura non istituzionalizzata (quelli di tipo domiciliare e di comunità). La componente ospedaliera, legata al trattamento delle acuzie, resta concettualmente distinta dalla LTC in senso proprio – la quale attiene, come sopra ricordato, al sostegno prolungato di condizioni croniche, limitazioni funzionali e partecipazione sociale. La cura domiciliare, principale contesto della cura informale, ricomprende generalmente quattro ambiti: il supporto nelle ADL e quello nelle IADL, il supporto emotivo e relazionale, nonché i compiti medico-infermieristici di base, quali la somministrazione dei farmaci. La comunità, infine, ha acquisito crescente rilievo nell’ambito del paradigma dell’ageing in place, che promuove la permanenza della persona presso la propria abitazione anche mediante servizi di sollievo (respite care), nonché attività di consulenza e formazione rivolte ai caregiver e lo sviluppo di infrastrutture di prossimità e di reti relazionali.

Chiude il quadro la quarta dimensione, il tipo di provider (chi eroga le prestazioni di cura): la distinzione principale intercorre tra cura formale e cura informale. Quest’ultima – erogata tipicamente da familiari, coniugi, vicini di casa o membri di comunità civili o religiose – continua a svolgere un ruolo centrale accanto ai servizi professionali forniti dal personale sanitario e sociale. Incrociando la dimensione della remunerazione (pagata/non pagata) con quella della professionalizzazione (formale/informale), l’OMS (2022) individua quattro tipi di caregiver: i lavoratori di cura pagati, formali e professionali; i volontari non pagati ma formali, operanti entro organizzazioni strutturate; i caregiver pagati ma informali (categoria entro cui rientra, nel contesto italiano, il cosiddetto “badantato”); i caregiver non pagati e informali (familiari, amici, vicini), privi di una formazione specifica.

 

Obiettivi, funzioni e dimensioni di variazione dei sistemi di long-term care

 

 

A partire da quanto illustrato, sul fronte delle misure, le politiche di LTC perseguono tre obiettivi principali, ciascuno riconducibile alle conseguenze della perdita di autonomia: il mantenimento della salute, volto ad alleviare o stabilizzare condizioni croniche e irreversibili, garantendo un supporto medico e riabilitativo di natura continuativa; il sollievo sociale, teso a rispondere alle implicazioni sociali, relazionali ed emotive della non autosufficienza, ivi incluso il sostegno nello svolgimento delle attività quotidiane; la protezione del reddito, finalizzata a mitigare il rischio di riduzione o perdita di reddito derivante dall’impossibilità di lavorare ovvero dalla necessità di accedere a prestazioni di cura sul mercato.

A tali obiettivi corrispondono altrettante funzioni. Le prime due sono erogate prevalentemente mediante servizi in natura: da un lato, la cura istituzionale o residenziale; dall’altro, i servizi sociosanitari domiciliari e di comunità (vedi supra). La terza funzione si articola, dal canto suo, in due componenti distinte: da un lato, prestazioni non contributive – quali le pensioni di invalidità o le indennità di accompagnamento – volte a prevenire il rischio di impoverimento e a sostenere il reddito; dall’altro, meccanismi di finanziamento operanti sul lato della domanda, quali gli schemi di cash-for-care o i voucher di cura, che consentono ai beneficiari di acquistare servizi sul mercato formale, ampliandone la libertà di scelta, la flessibilità e l’equità di accesso.

Al pari degli obiettivi e delle funzioni, anche la classificazione dei sistemi di LTC costituisce un terreno di analisi consolidato, che la letteratura ha affrontato secondo vari approcci. Le cinque dimensioni di variazione discusse di seguito costituiscono un tentativo di sistematizzazione e permettono di individuare altrettanti assi lungo i quali le politiche di long-term care si differenziano a livello nazionale: il finanziamento e la copertura, ossia le modalità di raccolta delle risorse (tassazione, contribuzione sociale, spesa privata) e la platea di beneficiari coperti (copertura universalistica, occupazionale ovvero residuale, quest’ultima subordinata alla prova dei mezzi) (Colombo & Mercier, 2012); l’eleggibilità alle cure, che può fondarsi su criteri di bisogno (valutati mediante ADL/IADL), su criteri reddituali ovvero anagrafici, sovente fra loro combinati (Llena-Nozal et al., 2025); gli strumenti, distinti in servizi reali (in kind) e trasferimenti monetari (in cash); la governance multilivello, ossia la ripartizione verticale (Stato, Regioni, enti locali) e orizzontale (fra Ministeri) delle responsabilità di finanziamento, regolazione ed erogazione (Fischer et al., 2022); infine, la regolazione del rapporto pubblico-privato, rappresentabile mediante il modello del “diamante della cura” (care diamond; Razavi, 2007), che individua quattro attori principali – Stato, mercato, famiglia e Terzo Settore – responsabili, in proporzioni variabili, del finanziamento, dell’erogazione e della regolazione della long-term care.

Le cinque dimensioni di variazione presentate sintetizzano gli esiti di una revisione sistematica della letteratura, condotta nell’ambito della ricerca di dottorato (De Tommaso, 2026), volta a rispondere al seguente interrogativo: in che modo la letteratura accademica misura il cambiamento di policy nel campo della long-term care? La ricerca, condotta sulle banche dati Scopus e Web of Science con riferimento a pubblicazioni peer-reviewed del periodo 1995-2025, in lingua inglese o italiana e riferite a contesti europei od OCSE, ha selezionato inizialmente 99 articoli, successivamente ridotti a 21 in esito allo screening di titoli, abstract e testo integrale, condotto sulla base di criteri di inclusione (focus esplicito sul cambiamento di policy in ambito LTC quale oggetto centrale dell’analisi) e di criteri di esclusione (studi di natura clinica o individual-level; opinion pieces privi di un metodo esplicito di misurazione del cambiamento).

Tra i Paesi europei, un accesso di tipo residuale, subordinato alla prova dei mezzi e a soglie anagrafiche e di gravità elevate, caratterizza alcuni Paesi dell’Est Europa (ad esempio Croazia e Bulgaria); un accesso di tipo universalistico, privo di vincoli di ammissione, contraddistingue invece i Paesi nordici e alcuni Paesi continentali, quali Germania e Austria; un sistema misto, che combina criteri residuali e universalistici a seconda della prestazione, caratterizza Italia, Spagna e Francia. L’utilizzo del trasferimento monetario può inoltre non essere vincolato all’acquisto di servizi di cura (oltre che in Italia, in Inghilterra e in Austria), essere vincolato (in Francia, Paesi Bassi, Spagna e Portogallo) o assumere una forma mista (in Germania); il relativo importo può avere valore fisso oppure variabile, commisurato al bisogno assistenziale e/o alla condizione reddituale del richiedente e – a differenza delle pensioni di invalidità – tali prestazioni non presuppongono, generalmente, requisiti contributivi.

 

Le politiche di long-term care in Europa

Rispetto a settori più consolidati delle politiche sociali, quali le politiche pensionistiche, quelle sanitarie o quelle volte alla protezione dagli infortuni sul lavoro, la LTC costituisce un ambito di intervento pubblico di riconoscimento relativamente recente (Österle & Rothgang, 2021). Per gran parte del Novecento, infatti, i bisogni legati alla non autosufficienza e all’assistenza di lungo periodo sono stati prevalentemente ricondotti agli interventi dei sistemi sanitari o dell’assistenza sociale, senza che la LTC venisse riconosciuta come un campo autonomo di policy (Ranci & Pavolini, 2015). È soprattutto a partire dagli ultimi decenni che un numero crescente di Paesi ha introdotto riforme organiche e sviluppato assetti istituzionali specificamente orientati alla LTC, un processo alimentato, da un lato, dall’aumento della domanda di cura associato all’invecchiamento demografico e, dall’altro, dalla crescente diffusione delle condizioni di cronicità e di non autosufficienza.

Con l’invecchiamento della popolazione e la trasformazione degli assetti familiari tradizionali, le politiche di LTC hanno assunto un ruolo sempre più centrale nel dibattito pubblico europeo. L’introduzione di riforme organiche ha dovuto confrontarsi con la definizione di un compromesso tra le quattro punte del cosiddetto “diamante della cura” (Razavi, 2007): Stato, famiglia, Terzo Settore e mercato. A livello nazionale, i Paesi europei si trovano a fronteggiare un vero e proprio trilemma (Pavolini, 2021): ampliare la copertura dei servizi pubblici; sostenere i caregiver familiari, contrastandone la fuoriuscita precoce dal mercato del lavoro; incrementare la spesa pubblica destinata alla LTC, resa ormai ineludibile dall’invecchiamento demografico e dalla crescente multimorbidità. Tra il 2019 e il 2050, inoltre, ci si attende che il numero di persone molto anziane (over 85) in Europa raddoppi, a fronte di una quota di popolazione in età lavorativa in progressiva diminuzione (Commissione europea, 2021).

L’introduzione di tali politiche ha seguito tempistiche differenziate a seconda dei contesti nazionali: i Paesi nordici hanno avviato le prime riforme già a partire dagli anni Sessanta; i Paesi dell’Europa continentale vi hanno provveduto tra gli anni Ottanta e Novanta; i Paesi dell’Europa meridionale e orientale solo a partire dai primi anni Duemila, riflettendo così le radici delle classificazioni tradizionali dei regimi di welfare (Esping-Andersen, 1990). A una fase di espansione ha fatto seguito, in esito alla crisi economico-finanziaria del 2008, l’adozione di politiche di contenimento dei costi, che hanno ostacolato l’ulteriore estensione dei servizi.

La classificazione dei regimi di LTC risulta, in letteratura, particolarmente variegata. Sul piano dei modelli di finanziamento e organizzazione, è possibile distinguere fra modelli a matrice assicurativa (quelli olandese e tedesco), modelli universalistici (quelli svedese e danese), modelli universalistico-selettivi (quello inglese) e modelli ibridi (quello francese); a tali modelli si affianca un modello mediterraneo, di natura residuale-selettiva, proprio di Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Una diversa classificazione, fondata sui criteri di eleggibilità, sulla tipologia delle prestazioni, sull’organizzazione dei servizi e sulle modalità di finanziamento, colloca l’Italia tra i Paesi caratterizzati da un forte intervento statale, erogato prevalentemente sotto forma di prestazioni monetarie, insieme ad Austria, Germania e Repubblica Ceca.

Nel 2022 la Commissione europea ha approvato l’European Care Strategy, con l’obiettivo di garantire, in tutta l’Unione, servizi di assistenza di qualità, economicamente sostenibili e accessibili.

 

La long-term care nel contesto italiano

L’Italia presenta un sistema di long-term care ad accesso universalistico, finanziato mediante tassazione pubblica, la cui spesa complessiva si attesta all’1,7% del PIL (Ragioneria Generale dello Stato, 2023). La componente sanitaria di tale spesa, pari nel 2022 allo 0,7% del PIL, corrisponde al 10,2% della spesa sanitaria complessiva; l’assistenza rivolta alla popolazione anziana ne rappresenta circa due terzi ed è erogata, per il 53%, in forma residenziale.

Il pilastro monetario del sistema italiano è costituito dall’Indennità di Accompagnamento (IdA): un trasferimento erogato ai beneficiari con la condizione di non autosufficienza riconosciuta al 100%, non sottoposto alla prova dei mezzi e privo di vincoli quanto alle modalità di impiego. A fine 2022, le prestazioni erogate ammontavano a circa 1.980.000, per una spesa pari allo 0,7% del PIL (Ragioneria Generale dello Stato, 2023). L’incidenza dei beneficiari sulla popolazione residente di pari età e sesso rimane sostanzialmente stabile fino ai 65 anni, per poi crescere rapidamente nelle fasce di età successive, a conferma della forte correlazione tra la misura e l’invecchiamento della popolazione. Quanto ai servizi, le principali forme di cura domiciliare sono rappresentate dall’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), erogata gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale, e dal Servizio di Assistenza Domiciliare (SAD), quest’ultimo subordinato alla prova dei mezzi e caratterizzato da una marcata eterogeneità territoriale. Le strutture residenziali e semiresidenziali comprendono, per contro, le case di riposo e le comunità alloggio, le Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA) e le case protette – che garantiscono assistenza sanitaria continuativa – nonché i centri diurni, privi di funzione residenziale. Non essendo il SAD disciplinato da una normativa nazionale unitaria, i dati aggiornati e aggregati sul suo utilizzo risultano di difficile reperimento; dal confronto tra il 2006 e il 2018 emerge, in ogni caso, un dimezzamento della quota di beneficiari ultra65enni, passata dall’1,85% del 2006 allo 0,9% del 2018 (128.285 persone), riconducibile alla contrazione della spesa comunale destinata all’assistenza domiciliare (Tidoli, 2021).

Solamente il 29,8% della popolazione ultra65enne non autosufficiente risulta beneficiaria di servizi: il 22,2% usufruisce dell’ADI, il 7,2% di servizi residenziali, lo 0,4% di servizi semiresidenziali (dati riferiti al 2021). Le prestazioni monetarie assorbono circa il 50% della spesa complessiva, mentre la quota residua si ripartisce tra l’assistenza residenziale (29,7%) e quella domiciliare (19,3%) (dati CERGAS-Bocconi). Il sistema si caratterizza, inoltre, per una marcata frammentazione tra il settore sociale e quello sanitario: entrambi disciplinati dalle Regioni, ma erogati, a livello locale, dalle Aziende Sanitarie Locali e dai Comuni. In termini assoluti, la spesa per l’assistenza residenziale e semiresidenziale ammonta a circa 7,2 miliardi di euro, mentre quella per l’assistenza domiciliare è di circa 4,8 miliardi di euro.

Nel 2021 il Governo ha inserito la riforma della non autosufficienza tra gli obiettivi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Missione 5, Componente 2, Riforma 2.2). Il 15 marzo 2024 è stato adottato il Decreto Legislativo 29/2024, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 marzo ed entrato in vigore il 19 marzo, in attuazione della legge delega 33/2023 – un punto di svolta significativo, giacché sino ad allora il settore non era mai stato oggetto di una riforma organica a livello nazionale. La riforma ha introdotto il Sistema Nazionale di Assistenza agli Anziani, un nuovo sistema di valutazione multidimensionale del bisogno assistenziale, nonché la Prestazione Universale: una misura sperimentale, in vigore fino al 31 dicembre 2026, composta da una quota fissa pari all’Indennità di Accompagnamento e da un assegno di assistenza di 850 euro mensili, destinato a remunerare il lavoro di cura regolarmente assunto. La misura è riservata alle persone di almeno 80 anni, titolari dell’Indennità di Accompagnamento, con un bisogno assistenziale gravissimo e un Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE) sociosanitario non superiore a 6.000 euro.

Alla possibilità di una riforma organica ha contribuito, in termini di advocacy e competenza tecnica, il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, una coalizione composta da circa 60 organizzazioni nazionali. Si segnala, peraltro, che la riforma qui richiamata è riferita alla popolazione ultra65enne e che la sua piena attuazione resta subordinata all’approvazione di ulteriori ventidue decreti attuativi, non essendo previste, allo stato attuale, modifiche sul fronte dei servizi.

Parallelamente, sul fronte della disabilità, la legge 22 dicembre 2021, n. 227 ha delegato il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi per la revisione e il riordino della disciplina vigente in materia. In attuazione della delega, il Decreto Legislativo 62/2024 ha definito la condizione di disabilità, la valutazione di base, l’accomodamento ragionevole e la valutazione multidimensionale finalizzata all’elaborazione e all’attuazione del progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, della persona con disabilità.

 

Riferimenti bibliografici

  • Colombo, F., & Mercier, J. (2012). Help wanted? Fair and sustainable financing of long-term care services. Applied Economic Perspectives and Policy, 34(2), 316-332.
  • Commissione Europea [European Commission]. (2021). Long-term care report: Trends, challenges and opportunities in an ageing society. Publications Office of the European Union.
  • De Tommaso, C. V. (2026). The politics of long-term care in Southern Europe: A cross-case comparison of Spain, Italy and Portugal [Doctoral dissertation, Università degli Studi di Milano]. AIR Archivio Istituzionale della Ricerca. https://hdl.handle.net/2434/1235497
  • Esping-Andersen, G. (1990). The three worlds of welfare capitalism. Polity Press.
  • Fischer, J., Frisina Doetter, L., & Rothgang, H. (2022). Comparing long-term care systems: A multi-dimensional, actor-centred typology. Social Policy & Administration, 56(1), 33-47. https://doi.org/10.1111/spol.12742
  • Llena-Nozal, A., Araki, S., & Killmeier, K. (2025). Needs assessment and eligibility criteria in long-term care: How access is managed across OECD countries. OECD Health Working Papers, No. 181. OECD Publishing. https://doi.org/10.1787/461811c4-en
  • OCSE [OECD]. (2021). Ageing and long-term care. OECD Health Policy Studies.
  • Österle, A., & Rothgang, H. (2021). Long-term care. In D. Béland, K. J. Morgan, H. Obinger, & C. Pierson (Eds.), The Oxford handbook of the welfare state (2nd ed.). Oxford University Press.
  • Pavolini, E. (2021). Long-term care social protection models in the EU. European Social Policy Network, European Commission.
  • Ragioneria Generale dello Stato. (2023). Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario (Rapporto n. 24). Ministero dell’Economia e delle Finanze.
  • Ranci, C., & Pavolini, E. (2015). Not all that glitters is gold: Long-term care reforms in the last two decades in Europe. Journal of European Social Policy, 25(3), 270-285. https://doi.org/10.1177/0958928715588704
  • Razavi, S. (2007). The political and social economy of care in a development context: Conceptual issues, research questions and policy options (Gender and Development Programme Paper No. 3). United Nations Research Institute for Social Development.
  • Tidoli, R. (2021). I servizi domiciliari in Italia (Allegato 1 a Il Piano nazionale di domiciliarità integrata). Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza.
  • World Health Organization. (2022). Long-term care. https://www.who.int/europe/news-room/questions-and-answers/item/long-term-care.

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Suggerimenti di lettura

  • Cergas (2022), Il presente e il futuro del settore long term care: cantieri aperti. Quarto Rapporto dell’Osservatorio Long Term Care, Milano, Egea.
  • Maino F., Betti M. e C.V. De Tommaso (2022), “L’importanza di un Secondo Pilastro Integrativo per la non autosufficienza”, Percorsi di secondo welfare, 21 marzo 2022.
  • Osservatorio Domina (2021), Terzo Rapporto annuale sul lavoro domestico, Roma, Osservatorio Domina.
  • Ranci C. e E. Pavolini (2013, a cura di), Reforms in Long-Term Care Policies in Europe, New York, Springer New York.
Celestina Valeria De Tommaso
Celestina Valeria De Tommaso ha conseguito il Dottorato in Political Studies presso la NASP Graduate School dell’Università degli Studi di Milano, con un progetto di ricerca sulla politica comparata della long-term care in Spagna, Italia e Portogallo. Dal 2021 è ricercatrice del Laboratorio Percorsi di Secondo Welfare, dove si occupa di progetti concernenti i temi dell’innovazione sociale nei sistemi di welfare locale e le politiche per la non autosufficienza.

Progetto realizzato da

Fondazione Ermanno Gorrieri per gli studi sociali

Con il contributo di

Fondazione Cassa di Risparmio di Modena